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Israele – Palestina

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La “Palestina” rimase sotto il dominio dei turchi, Impero Ottomano, fino a quando essi la persero alla fine della Prima guerra mondiale a favore della Gran Bretagna.

Per l’area della Palestina l’accordo prevedeva:
« Che nella zona marrone [la Palestina] potrà essere istituita un’amministrazione internazionale la cui forma dovrà essere decisa dopo essersi consultati con la Russia ed in seguito con gli altri alleati ed i rappresentanti dello sceicco della Mecca» (Accordo Sykes-Picot).
La Gran Bretagna espresse con la dichiarazione di Arthur James Balfour del 1917 l’intenzione di creare in Palestina, un focolare nazionale che potesse dare asilo non soltanto ai pochi ebrei di Palestina che già vi abitavano da secoli, ma anche agli ebrei dispersi nelle altre nazioni. Nel censimento del 1922, a 5 anni dalla dichiarazione e dall’inizio dell’ondata migratoria che ne era conseguita, la popolazione ebraica era di 83.790 unità su un totale di 752.048 persone, pari al 11,14% della popolazione totale, di poco superiore come dimensioni alla comunità cristiana di 71.464 unità, ed inferiore alla comunità di nomadi beduini di circa 103.331 persone.
I britannici avevano tuttavia promesso nel 1915 la Palestina agli arabi (tramite accordi tra Sir Henry McMahon, in nome del governatore britannico, e lo sharif della Mecca, Husayn ibn Ali) come paese indipendente o come parte di una grande nazione araba, per l’aiuto prestato con la Rivolta Araba nella lotta contro l’impero Turco-Ottomano.
La Società delle Nazioni affidò dunque alla Gran Bretagna un Mandato per la Palestina, che fino a quel momento e per tutti i secoli precedenti aveva coinciso con il territorio degli odierni Stati di Israele e Giordania.
La Società delle Nazioni riconosceva gli impegni presi da Balfour, pur rimarcando che questo non doveva essere effettuato a discapito dei diritti civili e religiosi della popolazione non ebraica preesistente.
Per permettere l’adempimento degli impegni presi la Società delle Nazioni, l’organizzazione Sionista era stata ritenuta la più adatta per questo compito.

Nel 1922 l’Inghilterra concesse tutti i territori ad est del fiume Giordano (quasi il 73% dell’intera area del Mandato) all’Emiro Abd Allah I. Questo divenne la Transgiordania, con una maggioranza di popolazione araba (nel 1920 circa il 90% della popolazione stimata in un totale di circa 4.000.000 di abitanti). La Transgiordania sarebbe diventata, il 25 maggio del 1946, il Regno Hashemita di Giordania.

Con il libro bianco del 1922 gli inglesi rassicurarono la popolazione araba sul fatto che la Jewish National Home in Palestine promessa nel 1917 non era da intendersi come una nazione ebraica in Palestina, e che la commissione Sionista della Palestina non aveva nessun interesse ad amministrare il territorio, rimarcando però al contempo l’importanza della comunità ebraica presente e la necessità di una sua ulteriore espansione e del suo riconoscimento internazionale:
« Durante le ultime due o tre generazioni gli Ebrei hanno ricreato in Palestina una comunità, ora di 80.000 persone, … la comunità ha i suoi organi politici, …. con la sua popolazione urbana e rurale, … ha di fatto caratteristiche “nazionali”.

Ma, per poter far sì che questa comunità abbia le migliori prospettive di libero sviluppo … è essenziale che sia riconosciuto che questo è in Palestina di diritto e non perché tollerato. Questa è la ragione per cui è necessario che sia garantita internazionalmente l’esistenza di un focolare nazionale ebraico in Palestina e riconosciuta formalmente la sua esistenza in base agli antichi legami storici» (British White Paper of June 1922).

Gli anni del Mandato e la Seconda guerra mondiale

I successivi 25 anni (1922-1947), che videro un massiccio aumento della popolazione ebraica (passata dai poco più di 80.000 abitanti agli inizi degli anni 20 ai circa 610.000 del 1947) tramite l’immigrazione prima legale e poi (dopo il 1939 e le limitazioni imposte dal Libro Bianco) illegale, furono comunque caratterizzati da episodi di violenza e di reciproca intolleranza, che sfociarono in diverse rivolte generalizzate nel 1920, nel 1929 e nel triennio 1936-39.

Secondo il rapporto della commissione c’erano 225.000 arabi nel territorio del possibile stato ebraico e 1.250 ebrei in quello del possibile stato arabo.
Nel 1939 i britannici, alla fine di 3 anni di guerra civile, nell’impossibilità di creare due stati indipendenti e con continui attentati, sia da parte di gruppi terroristici ebraici contro i suoi soldati e contro la popolazione civile, sia da parte araba contro i coloni ebrei, produssero il Libro Bianco del 1939, … un massimo di 75.000 coloni nei successivi 5 anni … i gruppi armati arabi contro i coloni ebrei trovavano spiegazione nel timore di ritrovarsi con il tempo ad essere etnia di minoranza in una nazione ebraica. La Gran Bretagna decise di porre fine al suo mandato nel 1949 e di istituire per quella data un unico stato multietnico.
Già nel precedente testo del 1922 si era esplicitamente esclusa la possibilità di una “nazione ebraica” sul territorio della Palestina.
Il Governo di Sua Maestà non è in grado di prevedere l’esatta forma costituzionale che prenderà lo stato Palestinese, ma l’obiettivo è l’auto-governo e il desiderio di vedere nascere infine uno stato Palestinese indipendente. Deve questo essere uno stato in cui i due popoli della Palestina, Arabi ed Ebrei, condividano l’autorità di governo in un modo grazie al quel gli interessi essenziali di entrambi siano condivisi» (1939, The White Paper, Section 1 – The Constitution).
Con la seconda guerra mondiale la maggior parte dei gruppi ebraici si schierarono con gli Alleati, mentre molti gruppi arabi guardarono con interesse l’Asse, nella speranza che una sua vittoria servisse a liberarli dalla presenza britannica.

Il piano di spartizione dell’ONU
Distribuzione degli insediamenti ebraici in Palestina nel 1947

Dopo la Seconda guerra mondiale e i tragici fatti che colpirono la popolazione di origine o religione ebraica in molti paesi europei, le neonate Nazioni Unite si interrogarono sul destino della regione, che nel frattempo era sempre più instabile. Il problema chiave che l’ONU si pose in quel periodo fu se i rifugiati europei scampati alle persecuzioni naziste dovessero in qualche modo dover essere ricollegati alla situazione in Palestina. Nella sua relazione l’UNSCOP (United Nations Special Committee on Palestine) si pose il problema di come accontentare entrambe le fazioni, giungendo alla conclusione che era “manifestamente impossibile”, ma che era anche “indifendibile” accettare di appoggiare solo una delle due posizioni. L’UNSCOP raccomandò anche che la Gran Bretagna cessasse il prima possibile il suo controllo sulla zona, sia per cercare di ridurre gli scontri tra la popolazione di entrambe le etnie e le forze britanniche, sia per cercare di porre fine alle numerose azioni terroristiche portate avanti dai gruppi ebraici, che avevano raggiunto il loro massimo pochi mesi prima proprio contro il personale britannico, con l’attentato dell’Hotel “King David” di Gerusalemme e i suoi 91 morti.
Il 30 novembre 1947 le Nazioni Unite decisero (con la Risoluzione 181), con il voto favorevole di 33 nazioni, quello contrario di 13 (tra cui gli Stati arabi) e l’astensione di 10 nazioni (tra cui la stessa Gran Bretagna), la spartizione della Palestina in due Stati, uno arabo e uno ebraico, il controllo dell’ONU su Gerusalemme e chiesero la fine del mandato britannico il prima possibile e comunque non oltre il 1º agosto 1948.
La nazioni arabe, contrarie alla suddivisione del territorio e alla creazione di uno stato ebraico, fecero ricorso alla Corte Internazionale di Giustizia, sostenendo la non competenza dell’assemblea delle Nazioni Unite nel decidere la ripartizione di un territorio andando contro la volontà della maggioranza (araba) dei suoi residenti, ma il ricorso fu respinto.
Allo stato ebraico sarebbe toccato dunque circa il 55% di quel 27% della terra originariamente affidata al Mandato Britannico, con una popolazione mista (55% di origine ebraica e 45% di origine araba), Gerusalemme sarebbe rimasta sotto il controllo internazionale, mentre il restante territorio (quasi del tutto abitato dalla preesistente popolazione araba) sarebbe stato assegnato allo stato arabo.

La prima guerra arabo-israeliana

La decisione delle Nazioni Unite fu seguita da un’ondata di violenze senza precedenti che fece precipitare nel caos la Palestina nel 1948, sia da parte dei gruppi militari e paramilitari sionisti, sia da parte dei gruppi paramilitari arabi.
Fra il 30 novembre 1947 e il 1º febbraio 1948 furono uccisi 427 arabi, 381 ebrei e 46 britannici e furono feriti 1.035 arabi, 725 ebrei e 135 britannici e nel solo mese di marzo morirono 271 ebrei e 257 arabi.
Il 14 maggio 1948, contestualmente al ritiro degli ultimi soldati britannici alla vigilia della fine del mandato, il Consiglio Nazionale Sionista, riunito a Tel Aviv, dichiarò costituito nella terra di Israele lo Stato Ebraico, col nome di Medinat Israel.
Uno dei primi atti del governo israeliano fu quello di abrogare le limitazioni all’immigrazione contenute nelLibro Bianco del 1939.
Gli arabi palestinesi non proclamarono il proprio stato e gli stati arabi iniziarono apertamente le ostilità contro Israele.
In un cablogramma ufficiale del Segretario Generale della Lega degli Stati Arabi al suo omologo dell’ONU del 15 maggio 1948, gli Stati arabi pubblicamente proclamarono il loro intento di creare uno “Stato unitario di Palestina” al posto dei due Stati previsti dal piano dell’ONU. Essi reclamarono che quest’ultimo non era valido perché ad esso si opponeva la maggioranza degli arabi palestinesi, e confermarono che l’assenza di un’autorità legale rendeva necessario intervenire per proteggere le vite e le proprietà arabe.
Israele, gli USA e l’URSS definirono l’ingresso degli Stati arabi in Palestina un’aggressione illegittima, il Segretario Generale dell’ONU lo descrisse come “la prima aggressione armata che il mondo abbia mai visto dalla fine della seconda guerra mondiale”.
La Cina sostenne con decisione le rivendicazioni arabe.
Entrambe le parti accrebbero la loro forza umana nei mesi seguenti, ma il vantaggio d’Israele crebbe continuamente come risultato della mobilitazione progressiva della società israeliana, incrementata dall’afflusso di circa 10.300 immigranti ogni mese.
L’ONU proclamò una tregua il 29 maggio 1948 ed essa entrò in vigore l’11 giugno con una durata di 28 giorni dopo. Un embargo di armi fu dichiarato con l’intenzione che nessuna delle parti potesse trarre vantaggi dalla tregua.
Il 18 luglio 1948, grazie agli sforzi diplomatici condotti dall’ONU, entrò in vigore la seconda tregua del conflitto e il 16 settembre 1948 lo svedese Folke Bernadotte (mediatore delle Nazioni Unite) propose una nuova partizione per la UN_Partition_Plan_For_Palestine_1947Palestina in base alla quale la Transgiordania avrebbe annesso le aree arabe. Vi sarebbe stato uno Stato ebraico nell’intera Galilea, l’internazionalizzazione di Gerusalemme e il ritorno alle proprie terre dei rifugiati, o il loro indennizzo. Anche questo piano fu respinto da entrambe le parti. Il giorno dopo, 17 settembre, Bernadotte fu assassinato dal gruppo ebraico della Banda Stern (Lehi) e venne sostituito dal suo vice, lo statunitense Ralph Bunche.
Nel 1949, Israele firmò armistizi separati con l’Egitto il 24 febbraio, col Libano il 23 marzo, con la Transgiordania il 3 aprile e con la Siria il 20 luglio.
Israele fu in grado in generale di tracciare i suoi propri confini, che comprendevano il 78% della Palestina mandataria, circa il 50% in più di quanto le concedeva il Piano di partizione dell’ONU. Tali linee di cessate-il-fuoco divennero più tardi note come la “Green Line” (Linea Verde). La Striscia di Gaza e la Cisgiordania furono occupate rispettivamente da Egitto e Transgiordania.
Le Nazioni Unite stimarono che 711.000 palestinesi, metà della popolazione araba della Palestina dell’epoca, fuggirono, emigrarono o furono allontanati con la forza durante il conflitto e nelle violenze dei mesi precedenti.
I 10.000 ebrei che risiedevano nella zona della Palestina assegnata al territorio arabo furono costretti ad abbandonare i loro insediamenti e circa 758.000 – 866.000 ebrei che vivevano nei Paesi e nei territori arabi lasciarono o furono indotti a lasciare i loro luoghi natali, a causa dell’insorgere di sentimenti anti-ebraici; 600.000 di loro emigrarono in Israele, con altri 300.000 che cercarono rifugio in vari paesi occidentali, innanzitutto la Francia.
Dopo la vittoria, Israele approvò una legge che permetteva ai rifugiati palestinesi di ristabilirsi in Israele a condizione di firmare una dichiarazione di rinuncia alla violenza, giurare fedeltà allo Stato di Israele e diventare pacifici e produttivi cittadini.
Nel corso dei decenni grazie a questa legge oltre 150.000 rifugiati palestinesi hanno potuto far ritorno in Israele come cittadini a pieno titolo.
La risoluzione e il diritto di ritorno dei profughi fu però confermato più volte dall’ONU in diverse raccomandazioni e risoluzioni successive.

La guerra dei sei giorni

La guerra dei sei giorni ebbe inizio il 6 giugno 1967 e si annovera nella storia del conflitto arabo-israeliano come il terzo scontro militare, anche questo iniziato dagli arabi. Fu combattuta da Israele contro Egitto, Siria, e Giordania. L’Iraq, l’Arabia Saudita, il Kuwait e l’Algeria appoggiarono con truppe ed armi la fazione dei paesi arabi. Il conflitto si risolse in pochi giorni a favore di Israele che occupò i territori palestinesi.
L’esito della guerra influenza ancora oggi la situazione geopolitica del vicino oriente.

Storia recente

L’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), la cui presidenza è stata tenuta fino alla sua morte da Yasser Arafat, è sempre stata dichiaratamente favorevole alla nascita di uno Stato Palestinese arabo indipendente a fianco dello Stato di Israele.
Tali dichiarazioni sono state, tuttavia, più volte smentite dalle frange più estremiste e dalle pratiche ostili da esse attuate nei confronti dello stato di Israele. Tra queste organizzazioni, l’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina), Fatah (fazione pro-Palestina antagonista ad Hamas) e altri gruppi estremisti hanno manifestato la volontà di una dissoluzione dello stato di Israele.

Un tale “Stato palestinese”, secondo l’attuale politica araba, dovrebbe accogliere i numerosissimi profughi palestinesi causati dai vari conflitti arabo-israeliani  e i loro discendenti, che i vari Stati arabi sconfitti hanno sempre rifiutato o avuto difficoltà di assorbire nel proprio territorio (con la sola eccezione della Giordania). Gli arabi ritengono i profughi vittime di una pulizia etnica perpetrata da Israele che avrebbe cacciato i legittimi proprietari dalle loro terre.

Gli ebrei ritengono i governi arabi i soli veri responsabili della creazione del problema dei profughi.

I confini che dovrebbe avere questo Stato nascituro non sono condivisi: l’opinione araba è che Israele dovrebbe tornare all’interno dei suoi confini precedenti la Guerra dei sei giorni del 1967, cioè cedere agli arabi le regioni di Giudea e Samaria o Cisgiordania (West Bank) in cambio di un suo riconoscimento che ne garantisca la sicurezza (la cosiddetta Linea Verde).

Mentre gli arabi richiedono questa cessione in quanto quelle terre sarebbero legittimamente loro e occupate dall’esercito israeliano, gli israeliani a loro volta sostengono che quel territorio era già stato loro offerto nel 1947, ma da loro rifiutato e perso definitivamente con le sconfitte belliche del 1948 e del 1967.
Assai distanti sono i punti di vista riguardanti Gerusalemme Est.

Gli arabi palestinesi considerano come loro capitale al-Quds (lett. “la Santa”).
La perdurante situazione di precarietà e di conflitto con lo Stato d’Israele, unitamente alla sostanziale assenza di un vero e proprio Stato palestinese, ha fatto della città di Rāmallāh la capitale virtuale, o tacitamente provvisoria, dell’amministrazione palestinese.

Il 14 agosto 2005 il governo israeliano ha annunciato di aver completato l’evacuazione della popolazione israeliana (militare e civile) dalla Striscia di Gaza e lo smantellamento delle colonie che vi erano state costruite. Tuttavia, dallo stesso agosto sono cominciati ininterrotti lanci di razzi di tipo Kassām da Ghaza verso l’insediamento israeliano di Sderot e altre località, che hanno proseguito in modo intermittente negli anni successivi.

Dopo il ritiro del 2005, Israele e Hamas hanno combattuto tre guerre: nel 2006, nel 2008-9, e nel 2012 (Intifada). Israele ha invaso Gaza nel corso dei primi due conflitti, e ha bombardato solo nel terzo. Così come l’attuale, 2014, crisi è stata innescata dal rapimento e dall’omicidio in Cisgiordania di tre studenti israeliani, uccisi da uomini che Tel Aviv ha ritenuto essere militanti di Hamas. Obiettivo dichiarato di Israele in tutti i conflitti è sempre stato distruggere la capacità militare di Hamas.

Ad oggi, luglio 2014, l’unica via di fuga da Gaza che non sia un tunnel (ma Israele sta distruggendo quelli che conosce, più di 30) e non sia controllata da Israele è il valico di Rafah, verso l’Egitto, però l’ Egitto ha limitato fortemente il flusso di persone e merci. Il valico di Rafah è diventato così importante per Gaza che alcuni esperti ritengono che Hamas si stia spingendo avanti nella guerra contro Israele proprio per fare pressione sull’Egitto, per costringere il governo egiziano a fare concessioni alla causa palestinese.

Un po’ di cronologia

La guerra del 2006 è stata innescata dal movimento islamico, con il rapimento di un giovane soldato israeliano.

Israele ha messo Gaza sotto assedio nel 2007. Il blocco della Striscia di Gaza, che non si è mai più interrotto da allora, ha limitato fortemente ogni accesso al territorio, sia attraverso i valichi terrestri di frontiera, sia attraverso il mare. Cibo, acqua, elettricità, gas, materiali da costruzione e altri beni di prima necessità sono sotto il controllo di Israele, che ha vietato l’ingresso di molti prodotti nella Striscia e ha regolato il flusso degli altri. In risposta al blocco isrealiano contro Gaza, Hamas ha sviluppato mezzi alternativi di rifornimento: i tunnel che conducono in Egitto. Scavati dagli abitanti di Gaza sotto il confine egiziano, sono passaggi sotterranei che consentono di aggirare le guardie di frontiera e permettono ai contrabbandieri di far passare quei beni che Israele non vuole lasciare passare. L’Iran era probabilmente il più importante sponsor internazionale di Hamas, per molti anni ha fornito infatti denaro e armi al movimento islamico, ma nel 2012 i rapporti si sono incrinati a causa della guerra in Siria: Teheran ha appoggiato il dittatore siriano Bashar al-Assad, un alawita sciita, ma Hamas ha rifiutato di schierarsi con Assad e così l’Iran ha tagliato i finanziamenti alla fine del 2012.

Maggio del 2010: raid aereo e navale portato dall’IDF (Israel Defense Forces), in acque internazionali, verso un convoglio di sei navi turche (Incidente della Freedom Flotilla) e con a bordo pacifisti che tentavano di forzare il blocco della Striscia di Gaza portando aiuti umanitari e altri materiali a Gaza.

Il 31 ottGaza_Strip_mapobre 2011 la conferenza generale dell’Unesco ha votato a favore dell’adesione della Palestina come membro a pieno titolo dell’organismo Onu che si occupa di educazione, scienza e cultura.
La decisione è stata votata a maggioranza (serviva il benestare almeno dei due terzi dell’assemblea, composta sino ad oggi da 193 membri): i consensi sono stati 107, i voti contrari 14. Tra le nazioni che hanno votato contro, oltre agli Stati Uniti, la Germania e il Canada. L’Italia e il Regno Unito si sono astenuti, mentre la Francia, la Cina, l’India hanno votato a favore, insieme alla quasi totalità dei Paesi arabi, africani e latino-americani.

14 novembre 2012: le forze armate israeliane danno il via a Gaza alla operazione Pilastro di sicurezza.

29 novembre 2012 la Palestina viene ammessa all’ONU come Stato osservatore non membro.

Dopo il 2012, il numero di razzi sparati contro lo Stato ebraico si è ridotto sensibilmente. Ma il prezzo in vite umane pagato dai palestinesi è stato altissimo.

Nella notte tra il 29 e il 30 gennaio 2013, alcuni jet israeliani bombardano un sito militare siriano.

L’11 febbraio 2013 Israele dà il via libera alla costruzione di 90 nuovi insediamenti civili vicino a Ramallah.

2014:
8 luglio, Operazione Margine di protezione: è il nome in codice della campagna militare delle Forze di Difesa Israeliane con lo scopo di eliminare Hamas (offensiva che ha sinora, 8 agosto 2014, causato più di 1880 morti tra i palestinesi, in maggior parte civili e bambini); le Forze di Difesa Israeliane si sono difese sostenendo che i civili sono stati avvertiti degli attacchi imminenti per mezzo di telefonate, messaggi testuali, volantini e bombe non letali utilizzate come segnale acustico; viceversa, hanno accusato Hamas di aver usato edifici e abitazioni civili per scopi militari e di aver ordinato ai palestinesi sulla linea di fuoco di non spostarsi, lasciandosi colpire; soltanto due civili israeliani ed uno filippino hanno perso la vita, grazie alle sirene d’allarme attivate nelle città e soprattutto al sistema anti-razzi Iron Dome.
14 luglio, l’Egitto ha proposto una tregua basata su tre punti.
17 luglio, dopo una tregua di 5 ore che ha consentito l’evacuazione dei feriti più gravi e l’ingresso di beni umanitari.
22 luglio, il Segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon ha esortato entrambe le parti ad instaurare un dialogo, ma il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha difeso la legittima natura difensiva dell’operazione. Il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite ha avviato un’inchiesta sull’offensiva di terra di Israele contro Gaza, accogliendo la richiesta palestinese affinché le azioni dello Stato ebraico venissero valutate da un organismo internazionale.
24 luglio, una scuola messa a disposizione dall’UNRWA per accogliere sfollati palestinesi a Beit Hanoun è stata bombardata: 17 i morti (tra cui 7 bambini) e circa 200 feriti.
26 luglio, tregua di 12 ore, rispettata da entrambe le parti, al suo termine un razzo è stato lanciato contro Israele.
1 agosto, è scattata una tregua accettata da entrambe le parti destinata a durare 72 ore, tuttavia, dopo pochissime ore, un raid israeliano ha ucciso 4 palestinesi nel sud della Striscia. Israele ha accusato Hamas di aver violato per primo il cessate il fuoco e ha inoltre annunciato il probabile rapimento di un soldato israeliano.

Di admin

Professore Ingegnere Kung Fu Apicoltore Astrofilo